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Con caramelle e gelato crisi meno amara

di Vittorio Carlini

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18 Ottobre 2009

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Non sono solo i chupa-chupa. Anche il gelato può difendere dalla crisi. In Italia, le famiglie continuano a spendere 1,9 miliardi di euro all'anno per creme e cioccolato. Un fatto che può avere un impatto positivo sulla filiera industriale di coni e coppette. Per rendersene conto bisogna scendere lungo la via Emilia e fermarsi ad Anzola dell'Emilia, a un quarto d'ora da Bologna. Qui ha sede, e stabilimento, la Carpigiani, che, nata nel 1946, produce macchine per fare il gelato.

Ebbene in un settore, quello metalmeccanico, dove le ore di cassa integrazione non si contano più e i fatturati crollano, il gruppo emiliano resiste. «La situazione economica e patrimoniale è solida - spiega il neodirettore generale Andrea Cocchi -. I ricavi degli ultimi mesi sono migliorati e, a parità di cambio, dovremmo chiudere l'esercizio con una flessione attorno al 6 per cento». Il fatturato dovrebbe attestarsi su 120 milioni di euro. Certo, la diminuzione è nei numeri. Ma proprio la tipologia dei prodotti made in Carpigiani, cioè beni d'investimento, rende il risultato interessante. «Sono macchine che durano anni - specifica il manager -, con un tasso di sostituzione basso». Così, soprattutto in questo periodo «dobbiamo puntare sull'eccellenza. La nostra forza? La rete di fornitori, un indotto di circa 500 piccole e medie imprese». Un know-how, spesso artigianale, «senza eguali al mondo. Sembrerà incredibile, ma l'insieme del cilindro con le pareti fredde, dov'è mantecato il gelato, e l'"agitatore" che mescola il prodotto è costruito nella giusta maniera solo dalle nostre parti».

Sono i piccoli accorgimenti e modifiche, introdotti anno dopo anno nei laboratori della zona, a fare la differenza. Una differenza però che, viste le ridotte dimensioni delle aziende, rischia di sparire con la crisi. Tanto che alla Carpigiani sono dovuti intervenire. «Abbiamo chiamato i fornitori - ricorda Romano Verardi, responsabile sistema e gestione qualità - e li abbiamo sollecitati a riorganizzarsi». Prosegue: «Avevamo bisogno di capi commesse esterni che, da un lato, si facessero carico della realizzazione dei vari moduli, montati e collaudati in fabbrica; e che, dall'altro, coordinassero i soggetti più piccoli». All'inizio ci sono state resistenze «ma, poi, tutti hanno capito che la festa era finita». Così, fino ad ora, «nessuno dei nostri fornitori è saltato», dice Cocchi. Anche perché «abbiamo giocato d'anticipo - fa eco Verardi - Già da tempo abbiamo introdotto la flessibilità in azienda». Che cosa vuole dire? «Il nostro è un business di per sé stagionale: nel periodo di picco l'orario è di 48 ore settimanali; in quello di calo di 32. Considerare normale di per sé l'orario flessibile è un punto di forza per gestire la crisi». Tanto che alla Carpigiani di cassa integrazione fino ad ora non si parla proprio. Alessandro, addetto a un reparto, confida: «Ho degli amici che hanno perso il lavoro. Visto quello che succede fuori, lavorare qui va bene».

Non è solo economia di rete, formazione, outsourcing e flessibilità. Essenziale è intercettare la domanda in arrivo da tutto il mondo. Carpigiani è un mix, non raro nel tessuto industriale italiano, tra imprenditoria locale, managerialità e internazionalizzazione. Nel 1989 è stata acquisita da Ali Group, colosso milanese della produzione e distribuzione di apparecchiature per la ristorazione professionale. «Il gruppo - dice Cocchi -, seppure l'autofinanziamento sia nelle nostre corde, garantisce un ombrello importante sotto il profilo finanziario». Anche per la crescita all'estero. Carpigiani, oltre a due stabilimenti in Italia, ne ha altri tre oltreconfine (in Spagna, Usa e Cina). Il tutto per una capacità produttiva annuale di 10mila macchine per il gelato e circa 20mila per le granite. Ma non soffrite la stretta sul credito? «In Italia direttamente no. All'estero aiutiamo i nostri 300 concessionari (che affiancano dodici sedi commerciali, ndr) con l'apertura di linee di finanziamento. Se non controllassimo la rete distributiva sarebbero guai: le banche non sono disposte a finanziare i piccoli trader locali». Una strategia essenziale per Carpigiani, leader con una quota del 50% nel mercato mondiale, che non può prescindere dall'estero. «Nel gelato soft all'americana, che vale il 40% dei nostri ricavi, abbiamo notato una certa effervescenza: le catene di fast food chiedono le nostre macchine». Di nuovo, la domanda di food and beverage, a basso prezzo, attira la clientela. E l'azienda bolognese ne approfitta. Anche se, il gelato tradizionale all'italiana, «rimane il nostro atout principale», conclude Cocchi.

L'università dell'ice cream arma in più per creare e attirare la domanda
Alla Carpigiani si fa anche cultura. Il gruppo emiliano ha da tempo fondato l'università del gelato. Una scuola industriale che non forma tanto gli impiegati quanto persone esterne al gruppo. «I corsi - spiega il direttore generale Andrea Cocchi - si rivolgono direttamente a imprenditori che vogliono iniziare un'attività nel mondo dell'ice cream o a chi lavora in catene e rivendite alimentari». L'obiettivo è diffondere la cultura del gelato. Anche se, poi, la strategia primaria è formare l'imprenditore sulle macchine del gruppo e indirizzare la domanda.

  CONTINUA ...»

18 Ottobre 2009
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